Trattati Biblici - Le Grandi Verità della Bibbia

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Trattati Biblici

Pubblicazioni > 11) DOVE SONO I MORTI?
Dove Sono i Morti?






Genesi dell'Errore
                                                
L'origine della teoria dei tormenti eterni deve essere ricercata innanzitutto nella prima menzogna che Satana insinuò a nostra madre Eva, per mezzo del «serpente.» Iddio comandò ai nostri progenitori di non mangiare i frutti dell'albero della conoscenza del bene e del male poiché questa trasgressione avrebbe comportato la morte. Satana, invece, negò questa dichiarazione divina, insinuando: «Voi non morrete affatto.» (Genesi 3:4). La Parola di Dio afferma che, praticamente, il Diavolo ha indotto in errore il mondo intero. Infatti dappertutto si riscontra il principio essenziale della menzogna originale, la quale rivive oggi, se non sotto lo stesso aspetto, almeno con la stessa mistificazione in tutte le teorie comuni, sia alle religioni pagane che a quella cristiana in genere, sul soggetto della vita eterna. Tutte le religioni insegnano che la morte non è una realtà, ma un passaggio da uno stadio di vita ad un altro superiore e più perfetto. Dappertutto si presta fede alla grande menzogna: «Voi non morrete affatto». Si ammette  la morte del corpo perchè non è possibile negare l'evidenza, ma si pretende che esiste nel corpo una particella invisibile chiamata anima la quale lascia il corpo per continuare l'esistenza fuori di esso. E' stata così inventata l'immortalità dell'anima vale a dire la sua indistruttibilità. Questa teoria non è biblica. L'anima non è dunque immortale, domanderete voi? Assolutamente no! Questa  dottrina è il prodotto della pura immaginazione umana. L'espressione «anima immortale» non si trova affatto nella Bibbia. Per contro la parola «anima»  si incontra spesso ma mai riferendosi ad una qualsiasi parte invisibile contenuta nel nostro organismo, che è suscettibile di continuare a vivere dopo la morte del corpo. In senso biblico la parola «anima» si applica all'uomo tutto intero, inteso come essere vivente o senziente ed appare per la prima volta al capitolo 2 versetto 7 della Genesi, che parla della creazione dell'uomo da parte di Dio. Ecco come questa viene descritta: «Ed il Signore Iddio formò l'uomo dalla polvere della terra e gli alitò nelle narici un alito  di vita e l'uomo divenne un’anima vivente.»(Genesi 2: 7.)

Durante la prima fase della sua opera creativa, Iddio formò il corpo dell'uomo, usando la polvere della terra. Questo particolare ha una importanza che non va sottovalutata. L'uomo fu fatto di terra perchè la sua dimora deve essere terrena per tutta l’eternità. Egli non fu creato per il cielo perchè Iddio provvide a popolare le dimore celesti di creature spirituali. L'ordine di Dio, dato all'uomo, fu quello di crescere, moltiplicare e di riempire la terra, di renderela soggetta e vivere in perpetuo su essa. (Genesi 1 : 28). Il primo uomo afferma l'apostolo Paolo, fu terreno. (1 Corinti 15:47). Tutti i meravigliosi organi di quel corpo perfetto erano inattivi fino a quando la scintilla di vita non agì in essi. Nella seconda fase Iddio alitò nel corpo «un alito vitale.» Le Scritture estendono il significato di «anima» anche agli animali di ordine inferiore, i quali, come l'uomo, sono esseri sensitivi, capaci cioè di vedere, sentire, gustare, odorare e, nei limiti delle proprie possibilità naturali, possono esercitare un certo grado di intelligenza, sebbene in misura notevolmente inferiore all'uomo. Le diversità notevoli, intercorrenti fra l'uomo e la bestia, non devono essere ricercate in un diverso spirito o fiato vitale, che fu elargito dal Creatore in uguale misura e con le medesime prerogative a tutti gli esseri viventi, nè possiamo dire che l'uomo è un'anima vivente e la bestia no. Questa differenza è dunque ricercata nella materia di cui il corpo dell'uomo è costituito. L'uomo è superiore alla bestia perchè il suo corpo è più perfetto di quello della bestia, possiede altre caratteristiche, la sua vita si svolge in altro ambiente, sottostà ad altre leggi fisiche ed igieniche. La grandezza ed il peso del cervello indicano il grado di capacità e di intelligenza che un essere vivente può sviluppare. Ebbene, l'uomo fu dotato dal suo Creatore di una capacità cerebrale notevolmente superiore a quella della bestia.

E' noto, infatti, che quest'ultima ha tendenze assolutamente egoistiche, è incapace di poter apprezzare il sublime, non può discostarsi dalla volontà del suo padrone e sovrapporvisi. L'uomo e la bestia sono organicamente simili, in quanto formati da carne, ossa, nervi, tendini ecc. e nutrendosi dei medesimi cibi, ma non sono uguali. L'uomo, in virtù del suo corpo materialmente superiore, possiede capacità per lo sviluppo di una più alta intelligenza. Il principio vitale, quindi, non è differente fra le varie creature di qualsiasi ordine e natura, viventi sulla terra, il cui fiato esce dalle nari - a differenza dei pesci. Questa affermazione è confortata dal racconto del diluvio, descritto in Genesi 6: 17 e 7: 15-22 e si accorda con l'insegnamento di tutta la Parola di Dio, la quale afferma categoricamente che «tutti hanno un medesimo respiro  e l'uomo non ha alcun vantaggio  sopra le bestie ... tutti vanno in un medesimo luogo. Chi sa che lo spirito dei figliuoli degli uomini salga in alto e quello delle bestie scenda in basso, sottoterra?» (Ecclesiaste 3: 19-21). Nel capitolo 12 dello stesso libro, l'ispirato autore, dopo aver descritto la fugacità della vita, così conclude la descrizione dell'ultima tragedia: «L'uomo se ne va alla sua casa perpetua... e la polvere ritorna alla terra, com'era prima e lo spirito ritorna a Dio che l'ha dato.» (versetti 7-9). Talune persone male ammaestrate vorrebbero appigliarsi a queste chiarissime affermazioni per usarle a sostegno delle loro assurde teorie. E' uno sforzo vano e meschino. Abbiamo accennato  sopra alla natura dell’alito vitale, il quale, giova ripeterlo, ha una sola prerogativa: quella di dar vita ed è comune a tutte le creature viventi di qualsiasi ordine e grado. Ogni creatura — le bestie comprese — al termine dei suoi giorni, nel restituire il corpo alla terra, riconsegna anche lo spirito vitale a Colui che l'ha dato ed a cui legittimamente appartiene. Volendo essere, anzi, più precisi, possiamo affermare che la espressione «e lo spirito ritorna a Dio che l'ha dato» denota semplicemente il fatto che l'uomo non potrà riprendere possesso della vita fino a quando il Creatore non lo risusciterà mediante Cristo Gesù.

L'autore dell'Ecclesiaste, volle affermare proprio questo concetto quando scrisse: «Chi sà che lo spirito dei figliuoli degli uomini salga in alto e quello delle bestie scenda a basso, sotterra?» Che lo spirito vitale non ha altra prerogativa che quella di dar vita e non costituisce la personalità, l'io, lo dimostra la risurrezione dei morti, senza la quale «anche coloro che dormono in Cristo sono perduti.» (1 Corinti 15: 18). La differenza fra l'uomo e la bestia, quindi, è un fattore esclusivamente materiale e non spirituale e la personalità dell'uomo è data non da un diverso spirito vitale, ma da una diversa conformazione fisica e che ne fa di lui una creatura plasmata ad immagine e somiglianza (terrena) di Dio. Questo concetto viene messo in evidenza dall'apostolo Paolo il quale così scrive ai Corinti: «Non ogni carne è la stessa carne, anzi, altra è la carne degli uomini, altra è la carne delle bestie, altra è fa carne dei pesci, altra è la carne degli uccelli.» (1 Corinti 15: 38-39). Cerchiamo di rendere più chiari i concetti su esposti con qualche esempio. Prendiamo una candela. Questa, se spenta, corrisponderebbe al corpo umano inanimato; l'accensione, alla scintilla di vita impartita originariamente dal creatore; la fiamma o luce prodotta dalla combustione, all'essere senziente od anima; l'atmosfera ossigenata che, unita al carbonio produce la fiamma e quindi la combustione, allo spirito di vita, o fiato. Se un accidente qualsiasi producesse la distruzione della candela, la fiamma, conseguentemente, cesserebbe. Parimenti, quando il fiato vitale si diparte dall'uomo, l'esistenza od anima dell'uomo cessa. Una candela, se accesa, può a sua volta accendere infinite altre candele, ma una volta estinta la fiamma, non può ravvivare se stessa, nè le altre. Così l'uomo, mentr'è in vita, in determinate, favorevoli circostanze, può produrre e generare altre anime viventi, fino a quando la scintilla di vita non si dipartirà da lui, nel qual caso l'anima non è più una realtà assestante. La candela potrà essere riaccesa mediante una nuova scintilla. Il corpo umano, privato del soffio vitale, ritorna alla polvere, ossia nel nulla e questa sua condizione sarebbe eterna se la potenza e la misericordia di Dio non provvedesse a rianimare quel corpo al tempo opportuno, mediante la risurrezione dai morti, senza della quale, la morte stessa segnerebbe la fine di ogni speranza per l'umanità.


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